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DUCCIO DEMETRIO LODE ALLA SCRITTURA
Lo scritto, redatto in occasione del I Festival dell’Autobiografia di Anghiari, apparirà nel volume di imminente uscita “Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione“, Raffello Cortina, Milano 2011
Di seguito il testo integrale dell'intervento (14.000 battute) per leggerlo in rete. Per chi vuole leggerlo con calma off-line è possibile scaricalo nel formato classico pdf e per la prima volta in formato ePub per essere letto sui tablet. Lode alla scrittura (formato pdf) Lode alla scrittura (formato ePub)
Eco, la ninfa boschiva e delle sorgenti. Amata dal dio Pan, vanamente costui per vendetta la mutilerà nella parola. Lei invaghitasi di Narciso, troppo intento a chiedersi – non riconoscendosi - chi fosse mai il bel giovane affiorante dalla fonte, si lasciò morire d’inedia. Non poteva, per il maleficio, dichiarargli la sua passione… Costretta a ripetere all’infinito soltanto le ultime sillabe pronunciate da chiunque incontrasse. Il poeta Ovidio le fu biografo. Una pietà pagana trattengono i suoi versi, cantore di innumerevoli amanti felici e infelici. Dell’effimero e delle eternità mutanti.
Sed tamen haeret amor crescit que dolore repulsae: et tenuant vigiles corpus miserabile curae, adducitque cutem macies, et in aera sucus corporis omnis abit; vox tantum atque ossa supersunt: vox manet; ossa ferunt lapidis traxisse figuram. Inde latet silvis nulloque in monte videtur, omnibus auditur: sonus est, qui vivit in illa.[1]
[1]“Ma l’amore le restò confitto nel cuore e alimentava la delusione di esser stata respinta/ l’affanno non le permetteva di dormire, dimagriva, la pelle le si raggrinziva/ e tutto l’umore del suo corpo si disperdeva nell’aria, lasciando solo la voce e le ossa./ Quella voce persiste, mentre dicono che le ossa si siano mutate in roccia./ Da allora resta nascosta nelle selve senza che la si possa vedere allo scoperto./ Ma tutti la sentono: è il suono quello che sopravvive in lei” (cfr. Ovidio, Le Metamorfosi, Vol I. traduzione di G. Faranda Villa, Rizzoli, Milano, 2006, vv.395-401,p.193.
UN SESTO SENSO
Non saprai mai ciò che hai scritto,
anche se non hai scritto che per saperlo.
MAURICE BLANCHOT L’erranza felice del gràphein era senza ritorno.
L’apertura al testo era l’avventura, il dispendio senza riserva.
JACQUES DERRIDA
Il destino di Eco fu l’eterna ripetizione di una parola spezzata in due. Ridotta a frammento privo di senso, per chiunque l’udisse. Un amore tragico e mancato il suo, vano. La scrittura riscatta tutti coloro che, rinunciando alla voce, rompono l’incantesimo funesto e alla parola resa poco meno di un frammento sanno restituire una forma compiuta, liberandola dalla immobilità della pietra. Restituendola ai richiami d’amore. Da allora, ogniqualvolta le parole ci manchino, ricorrere alla penna ne dischiude il compiuto senso. È dare sollievo tardivo al balbettio di quella dolcissima ninfa. L’amore per la scrittura, il desiderio di intrecciare tra loro parole da noi create, perché da esse un senso appaia, un messaggio prenda forma, è indizio di un legame fatale. Vano negarlo. Più forte e indissolubile di un affetto umano, è capace di aiutarci a comprendere la bellezza incontrata. Sa trattenere gli istanti di gioia più luminosi, mutandoli in un racconto. È una passione cui siamo predestinati, che non ci abbandona. Se decidiamo di dischiuderle la porta, si accaserà in noi. Come un sesto senso, un campanello d’allarme, un animale domestico. Scrivere è intuire, è avvertimento prima che sia troppo tardi, è istinto capace di risvegliarsi all’improvviso. Ma non tutti sopportano quest’ospite che ci interroga, nell’istante in cui lo vediamo apparire.“Io mi lancio nella scrittura a corpo morto – confessa Joel Clerget -. Ciò può spaventarmi, poiché è come se perdessi il mio corpo, dando corpo con le lettere a quelle mie parole che deposito sulla pagina. Scrivere è rifiutare la propria immagine quale si manifesta quando mi guardo allo specchio, per assumerne un’altra”[2]. Comprendiamo, così, che chi ami scrivere è disposto ad accettare di rifiutare la propria immagine abituale per inventarne e scoprirne un’altra. Scrivere con passione non può quindi essere un bene di tutti. Non tutti desiderano porsi le domande, spesso scomode, verso le quali ci conduce. Se ha scelto di abitare con noi, si può star certi che girovagherà e frugherà nella memoria. Riuscirà a penetrare, prima o poi, in ogni stanza della nostra coscienza. Predilige la notte, non a caso, per questa occupazione. Non si assopirà nemmeno quando, finalmente, prenderemo sonno. Le piace tenere gli appunti dei sogni, per suggerirci al mattino che cosa scrivere dei luoghi visitati. Se le abbiamo lasciato lo spazio che ci chiede, saprà guardare per noi dalla finestra. Quando preferiremmo tenerla chiusa, nei momenti di afa esistenziale. Ci è vicina nella sofferenza, non ci tradisce e assolve peccati altrui. Ricorriamo infatti alla penna per sopportare il male di vivere, per uscire dal buio, per perdonare. Quando nel dolore e nella solitudine non cercata, nell’abbandono e nella perdita, altro non ci resti da fare, per capire, per non dimenticare, per accomiatarci con dignità o riconoscenza, che iniziare a scrivere. Ci aiuta a pensare, ma è lei che ci ripensa; che plasma di nuovo quanto credevamo di aver rivelato una volta per tutte. Scuote le nostre pigrizie mentali, riaccendi affetti, fa vacillare i luoghi comuni. Troppa quiete non le si addice mai. Da migliaia di anni, è lo specchio assiduo, molte volte infedele, della condizione umana. Quando non è stata in grado di ribellarsi alle menzogne delle donne e degli uomini. Addomesticata per renderla inoffensiva, l’abbiamo privata della sua libertà. Intrappolandola come Eco, in un eterno consenso. Quando ha firmato condanne a morte, editti vergognosi, contratti truffaldini, confessioni estorte, dichiarazioni di guerra, lettere e libri scritti per oltraggiare, diffamare, irridere. Per occultare verità scomode sotto strati e strati di inchiostro.
PIÙ DI UN LINGUAGGIO: UN INCONTRO COL SACRO
Scrivere è più di un linguaggio. È un modo di vivere, di gioire, di piangere, di lottare. Le sue parole prorompono e fluiscono dalle sincerità invisibili e più infrattate. Occorrerà cercarle tra le righe, sul retro del foglio, lungo i suoi bianchi argini margini, nell’ambiguità ineluttabile di quei segni. La scrittura le rivela e al contempo nasconde. Dissemina con parsimonia gli indizi che propone di seguire, senza mai riuscire a completare una storia, a offrirci una sola conclusione. Scrivere è tramite tra sacro e profano, tra reale e immaginario, tra conoscenza e ignoranza. La scrittura possiede il dono di rivelarsi l’indispensabile amica e consigliera di ogni minuto. Quando si rende giudice del nostro agire e pensare. Quando può mancarci come una figlia di cui ci prendiamo cura. Ma è lei a lenire e a consolare. Quando ce ne siamo avvalsi per suturare le ferite dell’animo, scegliendo di trovare, d’istinto, parole che potessero non addolorarci. Quando è riuscita a convincerci che la sofferenza, le esperienze luttuose, i sensi di colpa, vanno guardati in volto senza fuggire. La scrittura è oracolare, ci precede e ci annuncia; ci spiega e ammonisce. La sua natura è sacra. Custodisce le tradizioni secondo le quali un Dio, gli dei, hanno parlato all’uomo per suo tramite, è custode delle loro parole definitive o aperte alla costante reinterpretazione dei messaggi. La scrittura è legge, ma anche la sua trasgressione. La sua sacralità sta anche in questo: ci rinnova, ci ingiunge di non accontentarci delle verità assolute da qualsiasi parte provengano. È sacra perché ha tentato di dare risposte alla morte, alla tragicità dell’esistenza, al non senso. Ha affrontato l’orrore, non si è mai ritratta dinanzi alle crudeltà umane e divine. Le ha volute raccontare e spiegare lasciandoci in silenzio attonito dinanzi alle sue conclusioni, affidandoci la libertà di intenderle e di rifuggirle per trovarne altre. Chiunque scriva sospinto a ciò da un desiderio ancestrale, si inoltra nel sacro. Racconta il mistero di esistere, quali siano le sue convinzioni; si eleva oltre uno stato psichico e intellettuale precedente, non ancora pronto e maturo. La scrittura è una forma infatti di ascesi verso l’alto e il basso. Ci consente di avvicinarci dove iniziamo ad ansimare per la fatica e l’emozione della salita; ci conduce verso le regioni dove qualche mostro può ancora aspettarci. La scrittura, allora, diventa un arma per affrontarli, per resistervi, per risalire. Ci consegna abbacinati alla luce insostenibile, non ci lascia soli dove l’oscurità ci annullerebbe.
ASPETTA E INCALZA
La scrittura non si ritrae mai, indugia e rimane in attesa. Sa dissuadere chi vorrebbe ce ne privassimo. Sa suscitare gelosie, fantasmi, ritorsioni. Su quei fogli sparsi, scritti alla rinfusa, che ci rendono doppiamente autori della nostra esistenza, nei fatti e nelle parole, sappiamo che ormai ci è indispensabile maestra. Scrivendo ci separiamo da noi stessi. Qualcosa sgocciola dal nostro interno e si fa inchiostro. Da un lato il nostro corpo. Mentre l’altro, filiforme e ritmico, sottile, leggero secondo il gusto e l’abitudine, che l’intelletto ha sprigionato, si dispone dinanzi a noi, con un’altra voce. Silenziosa e pronta a riemergere. Qualche volta irriconoscibile. Scrivere è generare nuova materia che incorpora e trattiene parole, centellinando spazi e margini. E’ argilla in attesa di una mano abile o incerta: decisa a cercare lettori. Ad aspettarli tutto il tempo che sarà necessario. Sulla quale disegniamo tatuaggi, che non vogliamo trattenere, che desideriamo si stacchino da questa seconda pelle. Per annunciare che, scrivere, è moltiplicare una sola vita. È riuscire a sopportare una mancanza: l’impossibilità di esprimere tutto ciò che – come l’infelice Eco – vorremmo si adempisse. Per pudore, per convenienza, per un oblio che lavora per noi, ma anche contro di noi. Quanto scriviamo, è bene non dimenticarlo “è sempre qualcosa che si sottrae al tutto”[3]. A quell’onnipotenza che sogna l’assoluto indistinto, la fusione con le cose. Da un lato la scrittura dissemina, sbriciola, scinde, divide; dall’altro, ricompone i pezzi, cerca di farli combaciare, di rendere plausibile quanto racconta. Se onesta è la sua impresa: se ci pone dinanzi al limite, alla impossibilità di contenere ogni cosa sovranamente.
UN SOFFIO VITALE
In questi momenti, di felicità o pena, di frenesia per la separazione o per l’inclusione, che la scrittura sigilla, così diversi fra loro, un vigore ad altri ignoto si impossessa dello scrittore già celebre, come dell’esordiente. Scrivere per qualcuno che forse ci leggerà, o soltanto per se stessi, ha il potere di trasformare le situazioni più banali in un verso lirico. Una storia qualsiasi in un romanzo, una semplice intuizione in una pagina memorabile. La scrittura rende più persuasivo il nostro parlare. Il più concitato, il più sommesso. Ci conduce dove e a chi volevamo le nostre frasi sonore giungessero. Riusciamo a dirle come mai mille di esse, affidate alle labbra, avrebbero saputo. Quelle parole, quei ricordi, quelle emozioni, da indefiniti stati della mente e del sentire, grazie alla sapienza e all’arcano di quei simboli cifrati, hanno dischiuso a noi e a chi ci ha letto altri sipari. Altre scene possibili, altre rappresentazioni e immagini del reale. Saremo riusciti a mostrarci più autentici, più evidenti alla nostra coscienza. Quei semplici gesti, possono cambiare talvolta persino il corso della nostra storia. Riscrivendola, rievochiamo l’impensabile, scopriamo che non sapevamo nulla o quasi di noi. L’inatteso, gli altri volti che la scrittura disegna, ci dischiudono a nuovi orizzonti di consapevolezza e di piacere.
UNA RELAZIONE CERCATA E TACIUTA
La scrittura abitua ed esercita a pensare di più anche coloro che incoraggiamo a scrivere e a raccontarsi. A misurare le parole reciproche prima di parlare. Se amiamo scrivere, nel gusto di farlo, a modo nostro, scopriamo euforie che solo chi scrive può provare e saremo più in grado di comunicare questi nostri entusiasmi. A chi ci legge e a chi ci ascolta. Lo scrittore più scontroso e misantropo non scrive mai soltanto per sé. La vocazione della scrittura è la relazione: è ricerca di un lettore anche quando nessuno vorremmo mai ci leggesse. Impossibile sciogliere una volta per tutte il paradosso. Eppure noi scriviamo, anche nel gesto più generoso, soprattutto per noi stessi. La scrittura è sempre una passione ambivalente, un destino. Da opportunità benefica, può mutarsi in una tagliola che di netto recide legami, contatti, promesse. Respinge e allontana. Separandoci dal mondo. Se assomiglia ad un’inconsueta medicina, ad un unguento, in molte occasioni; in altre, può rivelarsi un narcotico. Può addormentare i sensi, i contatti, i vocaboli nuovi di cui abbiamo estrema necessità, oltre che per vivere, per offrirle nuovi alimenti. Toccherà a noi vigilare, affinché non divenga la nostra unica ragione di vita. La scrittura vuole respirare con noi, quali siano le prove cui la sottoponiamo, ridandoci quel fiato che era venuto a mancare. Per troppo affanno, perché ammorbati dall’aria più stagnante del solito, dall’affievolirsi di ogni entusiasmo. La scrittura potrebbe contribuire a stringere ancor di più i nodi già avvinghiatisi alla gola. Se ciò accadesse, ancora il mito ci insegna, un assoluto rispetto andrebbe tributato a chiunque non trovasse più in essa un motivo per continuare ad essere. Per ribadire di aver vissuto. Per testimoniare il transito di un’ombra di sé, almeno.
GUIDATI DALL’IGNOTO
Prima di ogni scrittore, prima di ogni scritto, viene dunque il senso della scrittura, che sempre ci sfugge. Perché la scrittura è già dove non siamo ancora, ci precede. Sopravvive là dove pensiamo di non essere più. Il sentimento di esistere e di voler ancora esistere guida la scrittura verso di noi. Da ogni retorica sa liberarsi, perché le parole che contano vanno sfoltite ogni volta: ogni sentire dovrebbe aspirare all’essenziale. Alla scabrità, al silenzio. A riconoscere il bene e il male, a rimescolandoli entrambi. Per non dimenticare né l’uno né l’altro. Prima di quanto scriviamo sulla bellezza, la giustizia, la sapienza, la libertà, l’amore e la morte, il mistero, viene ciò che allo scrivere inconsapevolmente chiediamo. Più pensosità, più domande a noi stessi e alla vita, più capacità nel crearne altra. La scrittura ci rigenera e feconda altri territori. Rivela siti invisibili a qualunque altro occhio, ci invita ad entrare in stanze dove mai dormimmo. Inventa altre donne e uomini possibili, altre controfigure, sosia e autoritratti. Ci consente di concepire quello che non siamo, dove non andremo mai. Di conoscere chi mai incontreremo, di vedere quello che non riusciremmo a scorgere mai senza di lei. Ci aiuta a trovare nell’indicibile le parole approssimative per esprimerlo. Saranno queste, rare e ponderate, a rendere sacro il profano e il sacro meno supponente. Poi, ci lascia attoniti dinanzi al suo potere imponderabile di avvicinarci a poche verità attraverso le sue innumerevoli finzioni e bugie. Nascoste sotto quei fogli, dietro lo schermo luminoso, occorre stanarle impudicamente quando la voce, troppo per bene, si affanna per dimenticarle. Tutto questo, ed altro ancora, agita la mente di chi scrive; di chi lo fa per mestiere non per vendere qualche prodotto in serie; di chi sia stato colto un giorno, in un’ora propizia, in uno stato di grazia che più non ricorda, da una simile feconda ossessione. Nella libertà di dare ad essa ascolto, sentendosi più libero; nel disinteresse per fini diversi da quelli che antepongano l’utile al dilettevole. Si può scrivere non per amore della scrittura, ma per i vantaggi che essa potrebbe o sa darci all’istante. Per consolare, per incoraggiare, per rimpiangere, per chiedere scusa, per riconciliarsi, per perdonare e comprendere, per salutare e dirsi addio. Per incontrare e ritrovare. Per promettere e mantenere la parola data. Per passare il testimone, le prime o le ultime volontà. Per passione civile. Si può scrivere anche come se si stesse parlando, a vanvera, e allora, all’istante, già quelle righe frastornate dal loro stesso rumore andranno cercando altrove un rifugio e un silenzio ristoratore.
PER STACCARE IL MALE DA SÉ
Scriviamo e amiamo, e vogliamo scrivere, per allontanare il male, per nasconderlo, agghindarlo, renderlo accettabile. Riderne, se ne siamo capaci. È indubbio che la scrittura sia frutto dell’educazione ricevuta, l’esito di una tecnologia a supporto del pensiero; una sua protesi ormai “quasi” organica, un eccitante cognitivo, intrisa di sedimenti culturali. Tuttavia, come non ravvisare in essa, dopo che si sia imparato a padroneggiarne i trucchi essenziali, qualcosa che risveglia in noi tensioni abissali? Ora adottandola per cercare una spiegazione alle nostre inquietudini, ora per darsi pace, per pochi istanti, per qualche giorno. Per sopportare una sconfitta o per gridarla. O per nasconderla tra le pagine, serbarla. Per trattenere nella memoria un volto, un paesaggio, un’intuizione. Per dimenticare tutto questo. Nell’incerta coscienza di quel che si stesse facendo e inseguendo. Senza pretese, né ambizioni. Senza alcuna mira di successo o nemmeno l’esplicita intenzione di rivolgersi a un lettore. Senza altro scopo che non fosse, sia, possa ancora essere, il sentirsi meglio, svuotati e più ricchi insieme, dopo aver scritto una storia, la propria o quella di un altro: una pagina di diario, qualche verso ingenuo, ma non per questo meno sincero. Per scrivere una lettera affettuosa o di scuse, di rimprovero o d’addio. Per sentirsi meno soli. Perché scrivere è inventare amicizie, dando la parola ad amori impossibili, sconfiggendo un rivale per finta. Altrimenti invincibile. Scriviamo per viaggiare senza più tornare, per ritrovare la strada di casa e svuotarla di ogni ricordo di noi. Scriviamo per dar vita e dimora fittizia a personaggi inesistenti, più somiglianti alla realtà che ad un inganno. Per tutto questo, e molto altro ancora amiamo o odiamo scrivere. Senza saperlo, cercando di scoprirlo ancora e ancora scrivendo. Credendo di saperlo, non volendo affatto saperlo, né scrivere.
[2] J. Clerget, L’enfant et l’écriture, ed. érès, Ramonville Saint- Agne, 2002,p. 99. [3] Ibidem,p. 25.
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